Scuole chiuse: DAD e Key workes

L’esperienza di DAD, didattica a distanza, durante il lockdown dello scorso anno ha modificato irreversibilmente il lavoro degli insegnanti di tutte le scuole.

I risultati sono stati disomogenei, in alcune situazioni la DAD si è mostrata efficace, in altre meno, tuttavia un elemento è emerso chiaramente: la maggior parte degli studenti con disabilità o altre fragilità hanno faticato a partecipare in modo efficace a questa esperienza.

Sia il mondo della scuola che quello dell’associazionismo, in particolare quello dei genitori di figli con disabilità, avevano messo in luce queste difficoltà, alla quale l’ex Ministra Lucia Azzolina aveva dato risposta sin dal mese di giugno dello scorso anno: nel Documento per la pianificazione delle attività scolastiche, educative e formative in tutte le Istituzioni del Sistema nazionale di Istruzione viene infatti definita “priorità irrinunciabile” quella di garantire “la presenza quotidiana a scuola degli alunni con bisogni educativi speciali, in particolar modo di quelli con disabilità, in una dimensione inclusiva vera e partecipata.”

Nel documento, quindi, si parla della possibilità di scuola in presenza non solo per gli studenti con disabilità, ma anche per tutti coloro che vivono in qualche misura delle situazioni di svantaggio, dovute a difficoltà o disturbi strettamente legati all’apprendimento, ma anche a particolari situazioni familiari o sociali.

Il documento evidenzia poi un altro aspetto, ovvero la dimensione “inclusiva”, che deve essere “vera e partecipata”, al fine di scongiurare situazioni nelle quali un alunno si possa ritrovare fisicamente in aule scolastiche vuote, isolato dal resto del gruppo-classe.

Inclusione come benessere e partecipazione, quindi, sul modello biopsicosociale dell’OMS, per cui lo stato di malattia o salute non riguarda solo gli aspetti biologici della persona, ma anche quelli psicologici e sociali, che nel mondo della scuola si realizza tramite una relazione educativa efficace con gli adulti ma anche con i compagni di classe.

Nello stesso documento, inoltre, si parla della necessità di garantire la frequenza scolastica anche ai “figli di personale sanitario o di altre categorie di lavoratori, le cui prestazioni siano ritenute indispensabili per la garanzia dei bisogni essenziali della popolazione”.

Se ciò viene garantito nel corso delle chiusure del mese di novembre, le indicazioni ministeriali emanate in seguito alla recente sospensione delle attività didattiche in presenza sembrano essersi “dimenticate” degli studenti figli del personale sanitario o dei key workers.

Nel giro di pochi giorni, a inizio marzo, vengono fornite indicazioni apparentemente contraddittorie: in una nota pubblicata il giorno 4 viene affermato che – a meno che non ci siano precise ordinanze regionali- la frequenza è consentita anche ai figli dei lavoratori essenziali, mentre il 7 marzo una nuova nota porta una differenziazione in base al “colore” di appartenenza della regione, per cui nelle zone rosse la frequenza è consentita solo a studenti con disabilità o con altri Bisogni educativi speciali.

Pochi giorni dopo, il 12 marzo, una nuova nota modifica nuovamente la situazione e – aspetto ancora più interessante- ribalta completamente il punto di vista, facendo esplicito riferimento al tema della salute, dell’inclusione e delle relazione educativa. La nuova nota, infatti, non fa esplicita menzione al tema dei figli dei key workers, tuttavia afferma che – qualora alcuni studenti abbiano necessità di frequentare la scuola in presenza- per “rendere effettivo il principio di inclusione” è possibile accogliere anche altri componenti del gruppo-classe, affinché costoro “possano continuare a sperimentare l’adeguata relazione nel gruppo dei pari”.

Di fatto, quindi, anche gli alunni che non hanno particolari bisogni educativi (e indipendentemente dal lavoro svolto dai loro genitori!) hanno la possibilità di frequentare la scuola in presenza, qualora si manifesti la necessità di garantire la partecipazione e il benessere di chi si trova in condizioni di fragilità.

La nota del 12 marzo si chiude con un riferimento all’autonomia che ogni Istituto scolastico possiede ormai dalla fine degli anni Novanta: resta ora da capire in che modo i singoli Dirigente scolastici decideranno di attuare questa ultima indicazione ministeriale.

Valeria Frigerio