Consigli di lettura

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Lavorare piace di Alain de Botton (Gaunda 2009)

Ci sono luoghi cui non prestiamo attenzione, aree extraurbane spesso costellate da anonimi edifici privi di fascino. E ci sono professioni strane, apparentemente lontane dai nostri interessi più vivi e immediati, eppure indispensabili a garantire il flusso dell’esistenza che consideriamo normale. Alain de Botton celebra “un’ode all’intelligenza, alla peculiarità, alla bellezza e all’orrore del lavoro moderno” e alla sua pretesa di costituire, insieme all’amore, uno dei cardini attorno a cui ruota il senso della nostra vita.

“Il lavoro almeno ci distrae, fornendoci una meravigliosa bolla speculativa in cui investire le nostre speranze di perfezione, e ci aiuta a concentrare le nostre ansie smisurate su una manciata di obiettivi modesti e raggiungibili, ci dà un senso di superiorità, ci dona una rispettabile stanchezza, mette il cibo sulla tavola. Ci impedisce di combinare guai peggiori”.

 

Con cura.
Diario di un medico deciso a fare meglio di Atul Gawande (Einaudi 2008)

Nel fuoco delle battaglie o nel fiume indistinto e travolgente della quotidianità, con pochi mezzi improvvisati o nei grandi ospedali metropolitani, il medico è colui che si prende cura della nostra fragilità. È l’interlocutore, e a volte il protagonista, di molte storie. Ha in mano il suo mai perfetto sapere e la nostra vita. E ogni volta, con ognuno, deve ricominciare daccapo.

La professione viene raccontata attraverso episodi minimi, come quello della vecchia signora ricoverata perché semplicemente “non si sentiva troppo bene” e che dovrà la vita solo alla coscienziosità del medico che la segue; o di massima gravità e urgenza, come quando si trova di fronte ai corpi dilaniati dalla guerra in Iraq.
Ognuna delle tre parti del libro è dedicata alle condizioni fondamentali per il successo in medicina secondo l’autore: la scrupolosità, fare la cosa giusta e l’ingegnosità.

 

Svegliami a mezzanotte di Fuani Marino (Einaudi 2019)

Un tardo pomeriggio di luglio in un’anonima località di villeggiatura, dopo una giornata passata al mare, una giovane donna, da poco diventata madre, sale all’ultimo piano di una palazzina. Non guarda giú. Si appoggia al davanzale e si getta nel vuoto.

Un saggio terapeutico e a tratti disturbante che racconta i modi in cui l’arte e la letteratura hanno affrontato la depressione, gli effetti dei farmaci che diventano parte della quotidianità dell’autrice, come le lunghe sedute, medici spesso superficiali e distanti, o l’umidità appiccicosa di una città che non la comprende. In definitiva è il racconto di una donna che è stata sospesa tra la vita e la morte ed è riuscita a tornare tra noi per fare i conti con l’ordinarietà della sua condizione, che è il male di molti.