Asili nido, il gatto di Schrödinger e il lavoro femminile in Italia

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Il nostro Paese soffre, tra le altre cose, di due strutturali debolezze: scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro e insufficiente offerta di servizi per la prima infanzia.

I due temi sono naturalmente connessi tra loro: l’assenza di adeguati servizi per la prima infanzia rende difficile per le madri coniugare lavoro e famiglia, che spesso finiscono a dover scegliere l’una o l’altra.

I dati pubblicati il 3 giugno 2020 dall’Istat su occupati e disoccupati in aprile confermano i pesantissimi effetti dell’emergenza Covid-19 sul mercato del lavoro in generale, e sulle donne in particolare.

Ad aprile, rispetto a marzo 2020, si registra una riduzione degli occupati, una riduzione dei disoccupati e un aumento degli inattivi. In tutti e tre i casi le variazioni (sia assolute, sia percentuali) sono decisamente molto più marcate per le donne. Aggravando la posizione di perenne marginalità delle donne in bilico tra i problemi di conciliazione (se occupate) e rinuncia al lavoro retribuito.

Bankitalia ha riportato che la necessità di cura dei figli in età scolare potrebbe precludere o limitare la regolare continuazione dell’attività lavorativa. Un impulso negativo alla partecipazione, in particolare quella femminile, potrebbe giungere anche dai provvedimenti di chiusura delle scuole. La necessità di cura dei figli in età scolare potrebbe precludere o limitare la regolare continuazione dell’attività lavorativa dei genitori nei nuclei con un solo adulto e nelle coppie in cui entrambi i componenti sono occupati: in quest’ultimo caso potrebbero abbandonare l’impiego o ridurre l’orario di lavoro soprattutto le madri, che tipicamente percepiscono un reddito inferiore.

Le famiglie con almeno un bambino di età minore di 14 anni e in cui entrambi i genitori lavoratori sono circa 3 milioni: in poco più del 40 per cento dei casi (1,3 milioni di nuclei) almeno un adulto potrebbe svolgere le proprie mansioni lavorative a distanza conciliandole con le esigenze familiari, seppure con difficoltà e con significativi rischi di perdita di produttività.

I posti nei nidi, pubblici e privati, per esempio, sono sufficienti ad accogliere in media il 30% dei bimbi al di sotto dei tre anni. Il dato europeo conta più di un posto garantito per ogni 3 bambini – numero che sale nei Paesi del Nord Europa, per esempio un bambino su due in Olanda.⁣⁠⁠

L’Italia, infatti, occupa l’ultima posizione europea in termini di partecipazione femminile al mercato del lavoro – il 56,2% tra i 15 e i 64 anni, contro una media europea del 67,5%.

Oltre che scarsa, la distribuzione di questi servizi è anche disomogenea sul territorio: le regioni più virtuose sono quelle centrali (Emilia Romagna, Umbria e Toscana) assieme a Valle d’Aosta e provincia autonoma di Trento. Le altre regioni si trovano in media sotto il 30% – cioè, meno di 30 posti garantiti ogni 100 bambini sotto i 3 anni – e in particolare al Sud scendono sotto il 20% (Basilicata e Puglia) o addirittura sotto il 10% (Calabria, Campania e Sicilia). Non solo: i servizi sono maggiormente garantiti nei capoluoghi di Regione rispetto agli altri comuni. Secondo il think tank Tortugaecon, questa frattura geografica e urbana riprende proprio quella della partecipazione femminile al mercato del lavoro.